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Ragazzi e strumenti collaborativi

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In Servizi di scrittura collaborativa e un primo progetto – #loptis, Andreas Formiconi scrive, a proposito di Piratepad:

(…) Una vostra collega mi scrisse una sera disperata perché aveva coinvolto i suoi piccoli bambini in un lavoro con Piratepad, pensando che poi finisse lì. La sera tardi si accorse che i “piccoli” eran tutti a chattarci dentro. Le prese il terrore di averli sguinzagliati nel cyberspazio, terrore delle reazioni dei genitori…

Esplorai alla svelta ma senza trovar rimedi pronti: i pad non possono essere limitati. Dopo rapida consultazione m’improvvisai sabotatore, inondando il pad di messaggi deludenti – System failure… – suggerendo di comunicare il giorno dopo ai bambini che quello era sì un balocco divertente, ma che spesso si rompeva. (…)

Mi riporta 15 anni indietro, anche se non avevo dovuto ricorrere a quell’alta pedagogia di Andreas.

Dunque c’era uno scambio di corrispondenza tra la classe d’italiano di una mia collega, nella Svizzera francofona, e la mia di francese, nella Svizzera italofona: prima per lettere con francobolli, poi via e-mail ai quali allegavamo le lettere dei ragazzi in file .doc.

Poi abbiamo scoperto le comunità MSN: non erano ancora state ribattezzate “gruppi”, non avevano ancora pubblicità, non erano ancora morte, c’era un forum dove impostare bacheche diverse, vi si poteva archiviare documenti e fare “pagine web” semplici semplici. E c’era una chat, che però nelle nostre scuole era bloccata dagli amministratori del sistema, ma non era un problema: comunque i nostri orari di lezione non combaciavano, poi le nostre poche scorrazzate in chat esistenti non ci avevano dato voglia di gestirne una. I termini di servizio stipulavano un età minima di 13 anni, che andava giusto bene per le nostre classi, ma 1) erano solo in inglese 2) non sapevamo cos’era la situazione giuridica in Svizzera rispetto a minorenni ed interazione online.

Abbiamo chiesto ai rispettivi esperti d’informatica: loro erano bravissimi a fare ed elargirci via e-mail liste di preferiti/favoriti diramate in cartelle e sotto e sotto-sotto cartelle, ma l’internet per interagire non li interessava, solo l’internet-biblioteca. Abbiamo chiesto ai giuristi dei rispettivi dipartimenti della pubblica istruzione: a loro conoscenza, non c’era legge in merito. Beh, era il millennio scorso.

Perciò nel dubbio, la collega ed io abbiamo tradotto integralmente i termini di servizio e stampato una copia della traduzione per famiglia, assieme a un formulario dove ciascun allievo e i suoi genitori dovevano dichiarare di averli letti e, per i ragazzi, di impegnarsi a rispettarli, mentre genitori dovevano autorizzarci a creare account per i figli.

Nel frattempo, avevamo creato un account per ciascuna classe, di cui indicavamo la password all’inizio della lezione in aula d’informatica, e che cambiavamo a fine lezione, così i ragazzi non potevano usare la comunità da casa. Scrivevano i loro messaggi per i loro corrispondenti nel forum, mettendo i nomi del mittente e del destinatario nel titolo del post.

Però presto si sono accorti che un forum è sì previsto per la comunicazione differita, ma si può benissimo usare in tempo reale. Quindi una volta, quelli della mia classe lo hanno usato per chattare. Niente di volgare o scandaloso, ma scherzi… da ragazzi. Richiamarli all’ordine? Mmm, m’interessava questo loro dirottamento, quindi ho lasciato fare.

Poco prima della fine dell’ora, è apparso un messaggio: “Ma ‘soressa, queste cavolate che abbiamo scritto oggi le possono leggere tutti in internet?” Ho risposto “Com’è impostata la comunità adesso, sì. Ma la collega ed io possiamo anche renderla privata, e se farete i bravi durante le altre lezioni, rimarrà privata, altrimenti la riapriamo :-D”

Conseguenza: un certo miglioramento del comportamento, sia in aula di informatica sia in aula normale…

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Author: Claude Almansi

Freelance translator and subtitler, former teacher, human rights advocate - hence my interest in accessibility.

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