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Corsi Coursera “bloccati da sanzioni economiche US”?

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Così appariva la pagina di login ai corsi Coursera in Siria il 28 gennaio 2014. Trascrizione del messaggio:

“Our system indicates that you are trying to access the Coursera site from an IP address associated with a country currently subjected to US economic and trade sanctions. In order for Coursera to comply with US export controls, we cannot allow you to access to the site.”

Cioè: “Il nostro sistema indica che stai cercando di accedere al sito di Coursera da un indirizzo IP associato a un paese attualmente sottoposto a sanzioni economiche e commerciali US. Affinché  Coursera adempia ai controlli di esportazioni US, non ti possiamo autorizzare ad accedere al sito”.

Ulteriori spiegazioni in Update on Course Accessibility for Students in Cuba, Iran, Sudan, and Syria sul blog di Coursera, prima pubblicato il 28 gennaio, ma purtroppo poco chiaro perché frettolosamente aggiornato il 29 gennaio. Cioè:

  • Il 28 gennaio quelli di Coursera hanno impedito agli studenti iscritti residenti a Cuba, in Iran, Sudan e Siria di fare il login per accedere ai corsi per, bloccandoli in base all’indirizzo IP del computer (o di altri aggeggi che vanno online), per ottemperare alle sanzioni economico-commerciali decretate dal governo US. Si scusavano, dicendo di essere in trattative con l’amministrazione US per ottenere il permesso di togliere questo blocco.
  • Il 29 gennaio si sono accorti che per la Siria, c’era un’eccezione alle sanzioni per quanto riguarda le offerte educative, e quindi hanno tolto il blocco per i residenti in Siria.

Cioè: adesso Anas Maarawi e gli altri studenti in Siria possono accedere ai loro corsi Coursera, però quelli residenti a Cuba, in Iran e in Sudan rimangono bloccati. E quelli di Coursera sembrano essere passati ad altro: nessun aggiornamento su quelle annunciate trattative con l’amministrazione US.

Assurdo?

Certo, è una situazione assurda. Corsi universitari offerti gratuitamente non sono patate vendute per soldi. Questa assurdità è stata rilevata nei commenti a quel post Update on Course Accessibility for Students in Cuba, Iran, Sudan, and Syria, nella comunità di Coursera su Google+, e da parte degli enti universitari che forniscono corsi tramite Coursera: vedi ad es. le reazioni dei responsabili dell’EPFL e dell’Università di Ginevra nel riquadro a destra di Des cours en ligne d’universités suisses bloqués par les Etats-Unis (Marc Renfer, RTS Info, 30 gennaio 2014)

Però Coursera è un business

A livello di immagine degli Stati Uniti, l’estensione di quelle sanzioni economiche a corsi online è senza dubbio un disastro. Tuttavia, come visto all’inizio, il blocco per IP imposto da Coursera per ottemperarvi riguarda il login, cioè la cosa che fa che i corsi Coursera non sono affatto MOOC, con la prima O che starebbe per Open, aperto.

In effetti, quando  , da iraniano residente in Iran, ha espresso il suo sgomento davanti a quelle sanzioni nel gruppo Coursera su Google+, gli ho chiesto di vedere se poteva ancora accedere ai contenuti del progetto OpenCourseWare del MIT, non chiusi da login: può.

Sta di fatto che Coursera è un’impresa dichiaratamente commerciale,  e l’obbligo di login per accedere ai contenuti è caratteristica di questa impostazione commerciale. Come rilevava Daphne Koller  in What we’re learning from online education (TED talks, giugno 2012 – dalla trascrizione dei sottotitoli italiani):

Ci sono enormi opportunità da sfruttare da questa struttura. La prima è che ha il potenziale di avere uno sguardo senza precedenti sulla comprensione dell’apprendimento umano. Perché i dati che raccogliamo qui sono unici. Si può registrare qualunque click, qualunque presentazione di compito qualunque post dei forum da decine di migliaia di studenti.

Da qui la necessità, per poter sfruttare questi dati prodotti dagli studenti, di ricollegarli all’identità di ciascuno: l’indirizzo IP del computer va bene per escludere studenti di interi paesi, ma non per identificare con precisione l’autore dei dati prodotti.

Perciò in senso stretto, è giusto che Coursera, essendo un’impresa commerciale statunitense, debba adempire alle sanzioni commerciali statunitensi.

Impegno per l’educazione globale?

Quelli di Coursera amano ribadire il loro impegno per rendere l’educazione accessibile a tutti nel mondo intero.  Daphne Koller lo faceva già in quella conferenza What we’re learning from online education del giugno 2012 e l’hanno puntualmente rifatto in quel post Update on Course Accessibility for Students in Cuba, Iran, Sudan, and Syria del 30 gennaio 2014. E ci crederanno pure,  perché questa globalizzazione fornisce loro tanti dati preziosi da sfruttare. Vedi sopra.

Però quelli di Coursera avevano anche fatto dichiarazioni roboanti sull’internazionalizzazione dei corsi tramite il “crowdsourcing” della traduzione dei sottotitoli delle lezioni video con Amara: vedi ad es. Coursera partners with Amara for crowdsourced captioning (Janko Roettgers, GigaOM, 27 agosto 2012). Avrebbe potuto funzionare se quelli di Coursera avessero optato per una partecipazione aperta, stile Wikipedia,  alla sottotitolazione con Amara. Invece per mesi (vedi la discussione Amara autocaptions for Coursera videos iniziata il 27 febbraio 2013), hanno rovinato quel “crowdsourcing” restringendone l’accesso, poi l’hanno abbandonato a fine marzo 2013.

Due mesi dopo, in Coursera Partnering with Top Global Organizations Supporting Translation Around the World sul blog di Coursera, hanno annunciato la nuova impostazione della traduzione dei sottotitoli: niente più crowdsourcing, ma un partenariato con organizzazioni accademiche “top” che avrebbero dovuto fornire, usando Transifex, “traduzioni della maggioranza dei corsi in russo portoghese, turco, giapponese, kazakh ed arabo” da fine settembre 2013. Ad oggi (6 febbraio 2014), la pagina https://www.coursera.org/courses mostra che su 603 corsi offerti, ce ne sono soltanto 113 con sottotitoli anche in una sola altra lingua che l’inglese , cioè  meno del 20% del totale: altro che maggioranza di corsi tradotti in sette lingue.

Insomma quelle dichiarazioni di impegno per l’educazione globale sanno di “window dressing”, o in italiano, di fuffa. Il ricorso iniziale al crowdsourcing con Amara, poi al programma libero online Transifex, per la traduzione di sottotitoli sono cose trendy che suonano bene. Possono anche funzionare – anche se l’uso di Transifex per la sottotitolazione non è il massimo, visto che non puoi controllare il risultato sul video – però ci vuole un minimo di impegno umano per l’impostazione e l’accompagnamento. E nell’ottica commerciale di Coursera, quell’impegno umano = una spesa nel bilancio. Appena supera una certa soglia, lasciano perdere.

La soluzione ci sarebbe

Come spiega una funzionaria dell’amministrazione US incaricata di far rispettare quelle sanzioni, in U.S. Government’s ‘bone-headed’ decision can be fixed with paperwork, official says (Donald Gilliland, PennLive.com, 30 gennaio 2014) c’è una politica favorevole alla concessione di licenze speciali per le attività a scopo educativo, però queste licenze vanno richieste. edX l’aveva fatto un anno fa e le ha ottenute, salvo per il Sudan, però edX ha lasciato aperto l’accesso  da quel paese ai materiali del corso. In effetti, per l’amministrazione US, è la chiusura dell’accesso tramite login che fa di un corso un servizio commerciale sottoposto a sanzioni. Senza login, i materiali diventano informazione non sanzionata.

Quelli di Coursera invece non avevano chiesto nessuna licenza e ci vogliono sette mesi per ottenerle, secondo la giurista di edX, citata da Gilliland. Però potrebbero togliere l’obbligo di login da Iran, Sudan e Cuba, come quelli di edX hanno fatto per il Sudan.

Visto  che non lo tolgono, c’è da dedurre che quella tesaurizzazione dei dati prodotti da ciascun utente loggato, descritta da Daphne Koller in quella conferenza  del 2012, conti di più per loro del loro conclamato impegno per l’educazione globale?

Certo, il buzz sulle ambizioni globali l’hanno già avuto: la prestigiosa rivista economica Forbes aveva addirittura dedicato un articolo alla traduzione “crowdsourced” dei sottotitoli dei corsi Coursera con Amara, invece ha educatamente taciuto quando quel progetto è andato in vacca. E per quanto riguarda il blocco dovuto alle sanzioni economiche, salvo per l’articolo di Gilliland su PennLive che spiega come sta veramente la situazione, tutti gli altri hanno presentato Coursera come sfortunata vittima di un’assurdità burocratica, anziché della propria incompetenza.

Quindi quanto ai media, quelli di Coursera non hanno da preoccuparsi più di tanto. Quanto allo scontento degli studenti tagliati fuori, beh, ce ne sono tanti altri, no?

Tuttavia ci sono le università partner. Non so le altre, ma nel caso dell’EPFL, P. Aebischer aveva preso 6 mesi di sabbatico dalla sua funzione di rettore per studiare i servizi MOOC esistenti – decidendo cautamente di provare prima sia con Coursera sia con edX. Per il futuro, dopo quel blocco caparbiamente mantenuto quando potrebbe essere tolto?

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Author: Claude Almansi

Freelance translator and subtitler, former teacher, human rights advocate - hence my interest in accessibility.

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