Bloglillon

Bundling some things I posted elsewhere, exploring


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Trying the Amara 2014 New Embedder

See http://amara.org/en/embedder-offsite/ .

I didn’t know how to add the javascript in a wordpress.com blog, so I tried using a Text widget, but it got scraped immediately by the software. Now I’ll try adding it directly in this post (in text mode):
//
and now I’ll try adding the amara-embed code here (in text mode too):

Now I’ve moved to Visual mode and nothing seems to be showing. Neither in Preview.
Back in text mode: the software has added
// <![CDATA[// ]]>
between the first and second part of the javascript.

I’ll try publishing.

Update: it doesn’t work.


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Traduzione #LOPTIS in bilingue e a colori significanti

Nel post Servizi di scrittura collaborativa e un primo progetto – #loptis , Andreas Formiconi proponeva di tradurre un saggio di Ron Tinsley and Kimberly Lebak su un suo wiki Wikispaces, in http://loptis.wikispaces.com/+Articolo+da+tradurre+e+discutere .

La prima revisione della pagina contiene un’introduzione in italiano, poi il testo dell’articolo in inglese. Perciò in teoria sarebbe stato possibile vedere la traduzione in bilingue confrontando questa prima revisione con la più recente: avrebbe mostrato le traduzioni aggiunte in verde e in rosso, l’inglese cancellato man mano che si traduceva. Però dopo un certo numero di revisioni, la loro lista è stata suddivisa su più pagine dal software. E siccome il software consente soltanto il confronto tra revisioni che sono sulla stessa sottopgina, non era più possibile effettuare quello tra la prima e l’ultima revisione, apparentemente.

Allora c’è stato un tentativo alternativo interessante: mettere (umanamente) il passo tradotto in blu e lasciare sotto il testo originale in nero. Ha funzionato per un po’ ma dopo diverse revisioni, il blu ha allagato tutta la traduzione: vedi il commento Arginare lo tsunami blu. I tentativi di rimuovere i tag per il blu soltanto sui passi in inglese funzionavano sì in anteprima, ma non quando si salvava. Quindi alla fine li ho tolti tutti, e il testo è tornato tutta in nero.

Però un po’ mi seccava, allora ho cercato un modo per confrontare lo stesso la prima revisione con l’ultima, giocando con l’URL del confronto. Cioè se:

  1. http://loptis.wikispaces.com/page/diff/%20Articolo%20da%20tradurre%20e%20discutere?v1=477278940&v2=479023432 è l’URL  del confronto tra la prima e la seconda revisione
  2. http://loptis.wikispaces.com/page/diff/+Articolo+da+tradurre+e+discutere/480826050 è l’URL dell’ultima revisione (al momento della prova: quando la pagina wiki verrà ulteriormente modificata, quell’URL cambierà)

allora sostituendo 480826050 (identificatore dell’ultima revisione – per ora) a 479023432 (identificatore della 2a revisione) in 1, ottengo:

http://loptis.wikispaces.com/page/diff/%20Articolo%20da%20tradurre%20e%20discutere?v1=477278940&v2=480826050 , cioè il confronto tra la prima e l’ultima revisione, con, per la parte traduzione,

  • i passi inglesi cancellati in rosso
  • i passi inglesi lasciati in nero
  • i passi italiani aggiunti in verde

Così:

cattura di schermo di http://loptis.wikispaces.com/page/diff/%20Articolo%20da%20tradurre%20e%20discutere?v1=477278940&v2=480826050 -

Beh, non è che la cosa sia di lettura molto agevole, riconosco. Ma non è ne più né meno agevole, diciamo, di un documento LibreOffice o Word dove si sono salvate e si mostrano tutte le modifiche. È una questione di abitudine.

E c’è un vantaggio rispetto al blu previamente imposto da noi sulle parti tradotte, che il software aveva poi fatto dilagare dopo N revisioni: questo blu e questo verde sono del software stesso. Perciò difficilmente il software li inca[ot]izzerà.


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Phil Hubbard on Digital content curation for CALL using TED Talk YouTube video

… allora dalla presentazione di Phil Hubbard – vista soprattutto in differita – ho imparato tanto, ma anche che non sono una curatrice. Cioè, ho curato 3-4 libri su carta e nei primi anni 1990 con una classe del liceo di Locarno, una versione digitale pirata di un lungo racconto di Simenon, per uno studente ipovedente di un’altra classe, con le traduzioni delle parole che loro stessi non sapevano in note a piè di pagina, visto che il dizionario era stampato ancora più piccolo del racconto.

E anche la scelta dei materiali nel wiki http://micusif.wikispaces.com/ era parecchio direttiva nel senso di Phil Hubbard: ma uè, era per un corso d’aggiornamento al galoppo di 5 giorni che doveva portare gli iscritti ad Master in comunicazione interculturale ad essere in grado di seguire i corsi che sarebbero dati in francese. Quindi non c’era tempo per lasciarli cercare loro stessi i video e i testi che preferivano, purtroppo.

O almeno così credevo allora, nel 2007. Oggi probabilmente farei diversamente, persino in soli 5 giorni.
La “curation” come intesa da Hubbard, cioè di un percorso graduato obbligato, mi fa venir in mente l’altro significato di “curatela”, cioè la curatela imposta alle persone incapaci di intendere e volere.

Learning2gether

Learning2gether Episode 192

Download mp3:
http://learning2getherdotnet.files.wordpress.com/2013/12/learning2gether-with-phil-hubbard-curation-in-call-and-ted-talk-videos.mp3

On Sunday Dec 8 Phil Hubbard spoke with us on Digital content curation for CALL using TED Talk videos on YouTube

This post documents a great session with Phil Hubbard  where Phil explained his system for curating TED Talk videos according to their vocabulary and language load for the students. It was a very well attended event and generated a lot of discussion not only in the chats, which we captured (I found out you can copy from Hangout chat and paste it into Google Docs and of course it comes out with avatars and emoticons intact 🙂 but in the Google Group, where Claude Almansi entered an energetic discussion and even made a transcript to subtitle the video record in Amara.

Where? We were in Google Hangout

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Versione in italiano dell’incontro #loptis – Learning 2gether

Per chi desidera esercitarsi a sottotitolare con Amara – o a usarlo per altri scopi – sarà possibile sbizzarrirsi con il video risultante dall’hangout learning 2gether di questo pomeriggio menzionato da Andreas 😀

Andreas Formiconi

Ricordate l’avventura di Lucia e Fabrizio nella comunità Learning 2gether?

Riassumo. Learning 2gether (Imparando insieme) è uno spazio di incontro per persone interessate all’insegnamento che si realizza mediante seminari online settimanali, solitamente tenuti la domenica o il lunedì. L’ideatore è Vance Stevens, un insegnante di inglese e esperto di tecnologie per l’insegnamento che attualmente lavora a Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti che si affaccia sul Golfo Persico.

Avevo ribloggato il post di Vance Stevens sul seminario che ha coinvolto Lucia, Fabrizio, Clude e Luisella il 23 giugno scorso, ma era tutto in inglese.

Poi Claude ha capitanato un’eroica opera di sottotitolazione e traduzione del seminario culminata in un invito a presentare Amara agli insegnanti di Learning 2gether e #loptis, in un seminario condotto da Vance Stevens. Per chi è interessato: questo è il post di Claude con tutte le info. L’incontro avrà luogo alle 16, ora italiana,

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Aggiornamento Amara: casino temporaneo #loptis

Sabato mattina, prima Amara non è stato disponibile “for scheduled maintenance”, “per mantenimento pianificato” (ma non annunciato, grrr).

Quando è tornato su, sono iniziati i messaggi di utenti sul forum d’aiuto che riferivano la scomparsa di sottotitolazioni intere o delle ultime revisioni. Qualche ora dopo, nella discussione My subtitles are gone (i miei sottotitoli sono scomparsi),  “PCF Support” / Janet ha spiegato che:

there was a glitch in the data migration / upgrade process that  affected recent submissions.  We are working to restore the data from a backup.  Please accept our apologies and we appreciate your patience on this

(C’è stato un intoppo nella migrazione dei dati / nel procedimento di aggiornamento che ha colpito le aggiunte recenti. Stiamo lavorando a restaurare i  dati da una copia di sicurezza. Vogliate accettare le nostre scuse e vi siamo grati della vostra pazienza rispetto a questo). E Amara ha aggiunto un messaggio nello stesso senso in cima a tutte le pagina del sito.

Perciò, se sottotitoli ai quali stavate lavorando non appaiono più, o appaiono soltanto in una versione precedente all’ultima, non preoccupatevi, e soprattutto non cercate di rifare il lavoro per ora scomparso: aspettate di vedere cosa riescono a recuperare i tecnici dalla copia di sicurezza, e/o che diano altre notizie: in quel messaggio del forum e/o in un nuovo annuncio in cima a tutte le pagine Amara.

Speriamo!


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Web 2.0 e video 2.0 (Mojiti) [2007]

Mi ero completamente dimenticata di questo primo tentativo di video tutorial che avevo caricato su blip.tv a febbraio 2007. Per lo stesso motivo per il quale è anche il mio ultimo tentativo: è brutto forte.

Lo stesso, quando l’ho ritrovato per caso questo pomeriggio, l’ho ricaricato su YouTube per poterlo sottotitolare, perché Mojiti era una stupenda applicazione di annotazione sociale di video.

Era stata molto eccitante l’esperienza del classico video  “Web 2.0… The Machine is Us/ing Us” di Michael Wesch che, su Mojiti,  veniva ricoperto da annotazioni, poi da 2, 3 10, tantissimi strati di annotazion. E tutte queste annotazioni si potevano anche disattivare se si voleva guardare il video, oppure scaricare come file .srt, cioè una trascrizione con l’indicazione precisa del momento in cui ciascuna era stata fatta. Perciò ne conservo un ricordo nitido – anche se avevo completamente dimenticato  questo  tentativo di video tutorial Web 2.0 e video 2.0 (Mojiti)

(Pagina per la sottotitolazione: http://www.amara.org/en/videos/KTdvIOl2QYho/info/web-20-e-video-20-mojiti/ )


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TAG

Di Giuliana Finotello: giusto e molto divertente!

donnatecno

Post32: taggo quindi sono, ovvero, data mining do-it-yourself

pollicino1

Taggare i propri interessi. In un mondo in cui fluiscono fiumi di parole, ci si accorge all’improvviso che diventa complicato individuare questo o quell’argomento solo con due o tre parole.  E’ un paradosso: SEMPLIFICARE è COMPLICATO!

Allora queste parole vanno pensate, pesate, riviste, inquisite, metabolizzate. Devono essere parole uniche, semplici, non troppe.

Sono importanti perchè, se scelte in modo accurato, ci possono far trovare la strada.  Altro che Pollicino: un dilettante!

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Embed Google Drive 2: file audio e video

Vediamo se la procedura usata per inserire un foglio elettronico Drive nel  post precedente si può adattare a file audio e video  che si possono caricare su Drive, ma non sembrano coperti dall’aiuto WordPress.com, che sembra risalire a quando Google Drive era Google Docs  e funzionava soltanto con file testo (.odt, doc…), presentazioni slide e, appunto, fogli elettronici.

File audio

Drive non propone un codice embed per i file audio, soltanto un link da condividere pubblicamente, che consente solo il download, non l’esecuzione. Quindi non si potrebbe nemmeno pasticciarci per per produrre uno shortcode. Però provo con https://docs.google.com/file/d/0B5uzSw0MoY82Q2otZ0lReFp5Ykk/edit?usp=sharing cioè il file audio in http://iamarf.org/2013/05/05/post-audiomobilistico-2/ salvato e caricato su Drive, cioè con

(parentesi quadra)googleapps domain=”docs” query=”key=0B5uzSw0MoY82Q2otZ0lReFp5Ykk”(parentesi quadra):

Lo shortcode rimane anche dopo il passaggio a visual e il salva come bozza, ma non produce niente in Anteprima e la sorgente dell’anteprima dice:

<!-- Unsupported URL -->

File video

Drive propone un codice embed di tipo iframe per i video caricati. Provo con uno, cioè
(parentesi puntuta)iframe src=”https://docs.google.com/file/d/0B5uzSw0MoY82Q29rV2NubG9FOWc/preview&#8221; height=”385″ width=”640″(parentesi puntuta)(parentesi puntuta)/iframe(parentesi puntuta):
:

In modalità visual si vede un widget (accidenti, ho premuto Publish invece di Anteprima) e si vede pure il video embeddato nel poste: in effetti il software ha sputato uno shortcode:

(parentesi quadra)googleapps domain=”docs” dir=”file/d/0B5uzSw0MoY82Q29rV2NubG9FOWc/preview” query=”” width=”640″ height=”385″ /(parentesi quadra)

Però il video è lento a caricare, non è possibile aggiungervi dei sottotitoli – e ovviamente non ci sono nemmeno i sottotitoli automatici prodotti da YouTube.

Riassunto temporaneo

  • Per embeddare un file audio con player, non caricarlo su Drive ma ma un’altra piattaforma (vedi Prove di inserimento (embed) in blog WordPress.com – #ltis13)
  • Per embeddare un  file video con player, meglio caricarlo su YouTube (la soluzione più facile); Drive si può forse usare se si teme che l’ecerbero anticopia di YouTube decida che è la terza violazione grave del copyright e ti cancelli l’account. Ma quell’e-cerbero essendo una creatura Google, potrebbe anche spadroneggiare negli embed da Google Drive.

(Ma perché sto provando tutte queste soluzioni embed??? Io preferisco dare un semplice link, anzi, un semplice URL cliccabile agli “oggetti” esterni… W il testo, M al multimedia!!)


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Prova di inserimento di codice

Provo a inserire in un post un pezzo di codice come spiegato in Posting Source Code (visto che nei commenti non funziona)

[Update 5 maggio sui commenti:

Ho cominciato a scrivere questo post ieri,  4 maggio 2013. Oggi, vedo che forse l’inserzione di codice funziona anche nei commenti, ancora non ho ben capito.

Cioè ogni volta che aprivo la pagina dove avevo provato a inserire codice in un commento,  e ogni volta che entravo nella parte admin di questo blog,  saltava fuori un messaggio che diceva

“Brush wasn’t configured for html-script option: xml”

e cliccavo OK.

Poi stamane mi sono stufata, quindi  ho cercato la frase con Google: insomma se gli sviluppatori avevano programmato sto messaggio, dovevano pure aver pprogrammato qual errore lo doveva far saltar fuori, perciò probabile che altri lo abbiano fatto prima di me e, rimasti perplessi davanti alla sibillinità del messaggio, abbiano chiesto, no?

In effetti con quella frase esatta c’era la discussione [Plugin: SyntaxHighlighter Evolved] Brush wasn’t configured for html-script option: xml del forum d’aiuto WordPress.org: in teoria non pertinente: io uso WordPress.com,  quel plugin manco  sapevo che esisteva.

Però  un gentil moderatore consigliava  di disattivare htmlscript. In effetti l’avevo aggiunto anch’io a un certo punto, allora invece di disattivarlo, l’ho tolto del tutto, e adesso il codice in quel commento sembra funzionare: cioè vabbé che l’URL del feed agisce come link invece di essere soltanto testo come dovrebbe, però almeno non appara con il tag “<a href” ecc tutto esposto.

/Update sui commenti]

File OPML per il blog di Roberta Barcaroli

Per questa proga, scelgo 2 file OPML  per il blog di Roberta, per via del suo post 30 aprile 2013 dove lei descrive il generatore di file OPML FeedShow http://reader.feedshow.com/goodies/opml/OPMLBuilder-create-opml-from-rss-list.php  –  per confrontare quello generato da FeedShow con quello che si può ritagliare, per gli stessi feed, dal file OML di Andreas. (vedi Pagina dei file OPML> per l’ultima versione)

Prodotto con FeedShow,

<opml version="1.1">
 <head>
    <title>Generated by FeedShow OMPLBuilder: Sat, 04 May 2013 01:44:54 +0200</title>
    <dateCreated>Sat, 04 May 2013 01:44:54 +0200</dateCreated>
  </head>
  <body>
    <outline text="Main Folder">
<outline title="brcrrt.wordpress.com/comments/feed/" text="brcrrt.wordpress.com/comments/feed/" type="rss" xmlUrl="http://brcrrt.wordpress.com/comments/feed" />
<outline title="brcrrt.wordpress.com/2013/05/02/30-aprile-2013/feed/" text="brcrrt.wordpress.com/2013/05/02/30-aprile-2013/feed/" type="rss" xmlUrl="http://brcrrt.wordpress.com/2013/05/02/30-aprile-2013/feed/" />
</outline>
</body>
</opml>

File OPML ricavato dal file OPML di Andreas

<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<opml xmlns:rssowl="http://www.rssowl.org" version="1.1">
  <head>
    <title>RSSOwl Subscriptions</title>
    <dateModified>Fri Apr 26 09:01:28 CEST 2013</dateModified>
  </head>
  <body>
    <outline text="ltis13">
<outline text="Roberta Barcaroli" xmlUrl="http://brcrrt.wordpress.com/feed/" />
<outline text="Roberta Barcaroli Commenti" xmlUrl="http://brcrrt.wordpress.com/comments/feed/" />
</outline>
</body>
</opml>


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Prova di copia incolla 2 (senza doppia colonna)

Vedi il post precedente: Prova di copia incolla e i commenti al post Uso e Contemplazione di Sandra: Stesso testo copiato da armesma.it/avi%20e%20vivi/Paz.htm, ma su una sola colonna, con uso di stili

Octavio Paz

Uso e contemplazione

1973

L‘artigianato fa parte di un mondo che precede la separazione fra l’utile e il bello.

Questa separazione è più vicina a noi di quel che normalmente si crede. Molti degli artefatti che sono ospitati in musei e collezioni private, in precedenza erano stati parte di quel mondo in cui la bellezza non era un valore isolato ed autonomo. …

È forse superfluo ripetere che l’arte non è un concetto: l’arte è una cosa dei sensi.

La sovrapproduzione di oggetti sempre più perfetti ed uguali è la precisa controparte della consacrazione dell’opera d’arte come oggetto unico. …

La bellezza del design industriale è di natura concettuale: se esprime qualcosa, è la precisa accuratezza di una formula. È il segno di una funzione. La sua razionalità lo confina ad una e solo ad una alternativa: o funziona o non funziona. Nel secondo caso finisce in discarica.

Non è solo la sua utilità che rende un pezzo d’artigianato così interessante. Questo dipende anche da una complicità intima con i nostri sensi ed è per questo che è così difficile disfarsene. È come buttare via un vecchio amico.…

Un punto oscuro nella sensibilità moderna: la nostra incapacità di interrelare bellezza e utilità.

Due ostacoli ingombrano la strada. La religione dell’arte ci vieta di guardare l’utile come bello; l’adorazione per l’utilità ci fa pensare alla bellezza non come presenza, ma come funzione. …

L’artigianato è una mediazione tra le due posizioni: le sue forme non sono determinate dal principio dell’efficienza ma da quello del piacere, che è sempre uno spreco, e per cui non ci sono regole. … Nei lavori di artigianato c’è un continuo slittare avanti e indietro tra utilità e bellezza. Questo scambio continuo ha un nome: piacere. Le cose piacciono perché sono utili e belle. … I lavori d’artigianato soddisfano un bisogno non meno imperativo di fame e sete: il bisogno di godere, di deliziarci delle cose che vediamo e tocchiamo, quale che possa essere il loro uso quotidiano. Questo bisogno non è riducibile né all’ideale matematico che è la norma del design industriale né ai riti esclusivi della religione dell’arte. Il piacere che dà l’artigianato è una doppia trasgressione: contro il culto dell’utilità e contro il culto dell’arte. …

Fatto dalla mano dell’uomo, il pezzo d’artigianato conserva l’impronta – concreta o metaforica – del suo costruttore.

Questa impronta non è la firma dell’artista. Non è neanche un marchio di fabbrica. Piuttosto è un segno: una cicatrice poco visibile, sbiadita, che ci ricorda la fratellanza originale degli esseri umani e la loro separazione. Fatto dalla mano dell’uomo, il pezzo d’artigianato è fatto per la mano dell’uomo: possiamo non solo guardarlo ma carezzarlo con le nostre dita. Noi guardiamo un’opera d’arte ma non la tocchiamo. … La nostra relazione con l’oggetto industriale è funzionale; con l’oggetto d’arte, semi-religiosa, con l’oggetto d’artigianato, corporale. Quest’ultima nei fatti non è una relazione ma un contatto. La natura transpersonale di un pezzo d’artigianato è espressa direttamente e immediatamente, in sensazioni: il corpo è partecipazione. …

Il pezzo fatto a mano è un segno che esprime la società umana in un modo che gli è proprio: non come lavoro (tecnologia), non come simbolo (arte, religione), ma come vita fisica condivisa. …

Nei tempi andati, l’artista voleva essere come i suoi maestri, mostrarsi degno di loro copiandoli ed imitandoli.

L’artista moderno vuol essere differente, ed il suo omaggio alla tradizione prende la forma di un rifiuto. … L’estetica del cambiamento continuo chiede che ogni oggetto sia nuovo, … la tradizione diventa così una serie di rotture. La ricerca frenetica del cambiamento governa anche la produzione industriale, anche se per differenti ragioni: ogni nuovo oggetto … spinge fuori mercato l’oggetto che lo precedeva immediatamente. La storia dell’artigianato, invece, non è una successione di nuove invenzioni … Non ci sono rotture, piuttosto continuità, fra passato e presente. L’artista moderno ha deciso di conquistare l’eternità, il designer di conquistare il futuro; l’artigiano si fa conquistare dal tempo. Tradizionale ma non storico, connesso intimamente al passato ma non databile con precisione, l’oggetto d’artigianato rifiuta i miraggi della storia e le illusioni del futuro.

L’artigiano non cerca una vittoria sul tempo, ma di immedesimarsi col suo fluire. Trasformando la ripetizione in forma di variazioni ad un tempo impercettibili e genuine, i suoi lavori diventano parte di una tradizione durevole. E così facendo resistono molto più a lungo di oggetti recenti che sono “l’ultima novità.”…

L‘artigianato, di nuovo, si mantiene fra due poli: come il design industriale è anonimo; come l’opera d’arte, è uno stile.

Confrontato ai prodotti del design, il pezzo d’artigianato è anonimo ma non impersonale; confrontato all’opera d’arte, sottolinea la natura collettiva dello stile e dimostra che l’orgoglioso Io dell’artista è un noi.

Diffusa in ogni angolo del mondo, la tecnologia è diventata la principale causa di entropia storica. Le sue conseguenze negative si possono riassumere un una frase: impone l’uniformità senza promuovere l’unità. Spiana le differenze fra culture e stili regionali distinti ma non sa eliminare le rivalità tra i popoli. Per di più, il pericolo della tecnologia non consiste solo nella potenza mortale di molte delle sue invenzioni, ma nel fatto che costituisce un grave pericolo per l’essenza stessa del processo storico. Trascurando la diversità di società e culture, trascura la storia stessa.

La stupenda varietà di differenti culture è la vera sorgente della storia: incontri e congiunzioni di gruppi e culture dissimili, con idee e tecniche molto diverse.

La tecnologia moderna ha portato numerose e profonde trasformazioni. Tutte, comunque, con lo stesso obiettivo e la stessa importanza: l’eliminazione dell’altro.

L‘artigianato, invece, non è neanche nazionale, è locale.

Indifferente ai confini e ai sistemi di governo, è sopravvissuto a repubbliche ed imperi: l’arte della ceramica, i cesti intrecciati e gli strumenti musicali dipinti negli affreschi di Bonampak sono sopravvissuti ai sacerdoti Maya, ai guerrieri Aztechi, ai preti Spagnoli e ai presidenti Messicani. Queste arti sopravviveranno anche ai turisti Yankee.

Gli artigiani ci difendono dall’uniformità artificiale della tecnologia e dai suoi deserti geometrici: mantenendo le differenze, mantengono la fecondità della storia.

L’artigiano non definisce se stesso in termini di nazionalità o di religione. Non è fedele a un’idea, né a un’immagine, ma a una disciplina pratica: la sua arte. Il suo laboratorio è un microcosmo sociale governato dalle sue leggi speciali. Il suo orario di lavoro non è stabilito dall’orologio, ma da un ritmo che ha più a che fare con il corpo e le sue sensibilità che con le necessità astratte della produzione. Mentre lavora, può parlare con gli altri e può anche mettersi a cantare. Il suo boss non è un invisibile direttore, ma un uomo più anziano che è il suo rispettato maestro e che spesso è un parente, o almeno un conoscente.

Per le sue dimensioni fisiche e il numero di persone che ne fanno parte, una comunità artigiana favorisce modi democratici di vita comune;

la sua organizzazione è gerarchica ma non autoritaria, la gerarchia essendo basata non sul potere ma sul grado di competenza: maestri, lavoranti e apprendisti; e infine, l’artigianato è un lavoro che dà spazio a deviazioni spensierate e alla creatività. Dopo averci insegnato qualcosa sulla sensibilità e sul libero gioco dell’immaginazione, l’artigianato ci dà anche una lezione sull’organizzazione sociale.
Le burocrazie sono i nemici naturali dell’artigiano, e ogni volta che cercano di “guidarlo”, corrompono la sua sensibilità, mutilano la sua immaginazione e degradano il suo lavoro.
Il destino dell’opera d’arte è l’eternità ad aria condizionata del museo; il destino dell’oggetto industriale è la discarica. Il pezzo d’artigianato di solito scampa il museo e le sue vetrine, e quando gli succede di finirci, se la cava con onore. É un esempio prigioniero, non un idolo.

L’oscena indistruttibilità della spazzatura non è meno patetica della falsa eternità del museo. L’oggetto fatto a mano non vuole durare millenni ma non possiede una tendenza spiccata verso una morte prematura. Segue il consueto trascorrere dei giorni, viene trascinato con noi dalla corrente che ci trasporta, si consuma poco alla volta, non cerca la morte né la nega: la accetta.

Fra il tempo immobile del museo e il tempo frenetico della tecnologia, il cuore dell’artigianato batte a ritmi umani.

Una cosa fatta a mano è utile ma è anche bella; è un oggetto che dura a lungo ma anche un oggetto che invecchia lentamente e che è rassegnato a questo; un oggetto che non è unico nel senso in cui lo è un ‘opera d’arte e che può essere sostituito da un altro oggetto che è simile ma non identico. Gli oggetti fatti a mano c’insegnano a morire e così c’insegnano a vivere.