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Corsi Coursera “bloccati da sanzioni economiche US”?

Così appariva la pagina di login ai corsi Coursera in Siria il 28 gennaio 2014. Trascrizione del messaggio:

“Our system indicates that you are trying to access the Coursera site from an IP address associated with a country currently subjected to US economic and trade sanctions. In order for Coursera to comply with US export controls, we cannot allow you to access to the site.”

Cioè: “Il nostro sistema indica che stai cercando di accedere al sito di Coursera da un indirizzo IP associato a un paese attualmente sottoposto a sanzioni economiche e commerciali US. Affinché  Coursera adempia ai controlli di esportazioni US, non ti possiamo autorizzare ad accedere al sito”.

Ulteriori spiegazioni in Update on Course Accessibility for Students in Cuba, Iran, Sudan, and Syria sul blog di Coursera, prima pubblicato il 28 gennaio, ma purtroppo poco chiaro perché frettolosamente aggiornato il 29 gennaio. Cioè:

  • Il 28 gennaio quelli di Coursera hanno impedito agli studenti iscritti residenti a Cuba, in Iran, Sudan e Siria di fare il login per accedere ai corsi per, bloccandoli in base all’indirizzo IP del computer (o di altri aggeggi che vanno online), per ottemperare alle sanzioni economico-commerciali decretate dal governo US. Si scusavano, dicendo di essere in trattative con l’amministrazione US per ottenere il permesso di togliere questo blocco.
  • Il 29 gennaio si sono accorti che per la Siria, c’era un’eccezione alle sanzioni per quanto riguarda le offerte educative, e quindi hanno tolto il blocco per i residenti in Siria.

Cioè: adesso Anas Maarawi e gli altri studenti in Siria possono accedere ai loro corsi Coursera, però quelli residenti a Cuba, in Iran e in Sudan rimangono bloccati. E quelli di Coursera sembrano essere passati ad altro: nessun aggiornamento su quelle annunciate trattative con l’amministrazione US.

Assurdo?

Certo, è una situazione assurda. Corsi universitari offerti gratuitamente non sono patate vendute per soldi. Questa assurdità è stata rilevata nei commenti a quel post Update on Course Accessibility for Students in Cuba, Iran, Sudan, and Syria, nella comunità di Coursera su Google+, e da parte degli enti universitari che forniscono corsi tramite Coursera: vedi ad es. le reazioni dei responsabili dell’EPFL e dell’Università di Ginevra nel riquadro a destra di Des cours en ligne d’universités suisses bloqués par les Etats-Unis (Marc Renfer, RTS Info, 30 gennaio 2014)

Però Coursera è un business

A livello di immagine degli Stati Uniti, l’estensione di quelle sanzioni economiche a corsi online è senza dubbio un disastro. Tuttavia, come visto all’inizio, il blocco per IP imposto da Coursera per ottemperarvi riguarda il login, cioè la cosa che fa che i corsi Coursera non sono affatto MOOC, con la prima O che starebbe per Open, aperto.

In effetti, quando  , da iraniano residente in Iran, ha espresso il suo sgomento davanti a quelle sanzioni nel gruppo Coursera su Google+, gli ho chiesto di vedere se poteva ancora accedere ai contenuti del progetto OpenCourseWare del MIT, non chiusi da login: può.

Sta di fatto che Coursera è un’impresa dichiaratamente commerciale,  e l’obbligo di login per accedere ai contenuti è caratteristica di questa impostazione commerciale. Come rilevava Daphne Koller  in What we’re learning from online education (TED talks, giugno 2012 – dalla trascrizione dei sottotitoli italiani):

Ci sono enormi opportunità da sfruttare da questa struttura. La prima è che ha il potenziale di avere uno sguardo senza precedenti sulla comprensione dell’apprendimento umano. Perché i dati che raccogliamo qui sono unici. Si può registrare qualunque click, qualunque presentazione di compito qualunque post dei forum da decine di migliaia di studenti.

Da qui la necessità, per poter sfruttare questi dati prodotti dagli studenti, di ricollegarli all’identità di ciascuno: l’indirizzo IP del computer va bene per escludere studenti di interi paesi, ma non per identificare con precisione l’autore dei dati prodotti.

Perciò in senso stretto, è giusto che Coursera, essendo un’impresa commerciale statunitense, debba adempire alle sanzioni commerciali statunitensi.

Impegno per l’educazione globale?

Quelli di Coursera amano ribadire il loro impegno per rendere l’educazione accessibile a tutti nel mondo intero.  Daphne Koller lo faceva già in quella conferenza What we’re learning from online education del giugno 2012 e l’hanno puntualmente rifatto in quel post Update on Course Accessibility for Students in Cuba, Iran, Sudan, and Syria del 30 gennaio 2014. E ci crederanno pure,  perché questa globalizzazione fornisce loro tanti dati preziosi da sfruttare. Vedi sopra.

Però quelli di Coursera avevano anche fatto dichiarazioni roboanti sull’internazionalizzazione dei corsi tramite il “crowdsourcing” della traduzione dei sottotitoli delle lezioni video con Amara: vedi ad es. Coursera partners with Amara for crowdsourced captioning (Janko Roettgers, GigaOM, 27 agosto 2012). Avrebbe potuto funzionare se quelli di Coursera avessero optato per una partecipazione aperta, stile Wikipedia,  alla sottotitolazione con Amara. Invece per mesi (vedi la discussione Amara autocaptions for Coursera videos iniziata il 27 febbraio 2013), hanno rovinato quel “crowdsourcing” restringendone l’accesso, poi l’hanno abbandonato a fine marzo 2013.

Due mesi dopo, in Coursera Partnering with Top Global Organizations Supporting Translation Around the World sul blog di Coursera, hanno annunciato la nuova impostazione della traduzione dei sottotitoli: niente più crowdsourcing, ma un partenariato con organizzazioni accademiche “top” che avrebbero dovuto fornire, usando Transifex, “traduzioni della maggioranza dei corsi in russo portoghese, turco, giapponese, kazakh ed arabo” da fine settembre 2013. Ad oggi (6 febbraio 2014), la pagina https://www.coursera.org/courses mostra che su 603 corsi offerti, ce ne sono soltanto 113 con sottotitoli anche in una sola altra lingua che l’inglese , cioè  meno del 20% del totale: altro che maggioranza di corsi tradotti in sette lingue.

Insomma quelle dichiarazioni di impegno per l’educazione globale sanno di “window dressing”, o in italiano, di fuffa. Il ricorso iniziale al crowdsourcing con Amara, poi al programma libero online Transifex, per la traduzione di sottotitoli sono cose trendy che suonano bene. Possono anche funzionare – anche se l’uso di Transifex per la sottotitolazione non è il massimo, visto che non puoi controllare il risultato sul video – però ci vuole un minimo di impegno umano per l’impostazione e l’accompagnamento. E nell’ottica commerciale di Coursera, quell’impegno umano = una spesa nel bilancio. Appena supera una certa soglia, lasciano perdere.

La soluzione ci sarebbe

Come spiega una funzionaria dell’amministrazione US incaricata di far rispettare quelle sanzioni, in U.S. Government’s ‘bone-headed’ decision can be fixed with paperwork, official says (Donald Gilliland, PennLive.com, 30 gennaio 2014) c’è una politica favorevole alla concessione di licenze speciali per le attività a scopo educativo, però queste licenze vanno richieste. edX l’aveva fatto un anno fa e le ha ottenute, salvo per il Sudan, però edX ha lasciato aperto l’accesso  da quel paese ai materiali del corso. In effetti, per l’amministrazione US, è la chiusura dell’accesso tramite login che fa di un corso un servizio commerciale sottoposto a sanzioni. Senza login, i materiali diventano informazione non sanzionata.

Quelli di Coursera invece non avevano chiesto nessuna licenza e ci vogliono sette mesi per ottenerle, secondo la giurista di edX, citata da Gilliland. Però potrebbero togliere l’obbligo di login da Iran, Sudan e Cuba, come quelli di edX hanno fatto per il Sudan.

Visto  che non lo tolgono, c’è da dedurre che quella tesaurizzazione dei dati prodotti da ciascun utente loggato, descritta da Daphne Koller in quella conferenza  del 2012, conti di più per loro del loro conclamato impegno per l’educazione globale?

Certo, il buzz sulle ambizioni globali l’hanno già avuto: la prestigiosa rivista economica Forbes aveva addirittura dedicato un articolo alla traduzione “crowdsourced” dei sottotitoli dei corsi Coursera con Amara, invece ha educatamente taciuto quando quel progetto è andato in vacca. E per quanto riguarda il blocco dovuto alle sanzioni economiche, salvo per l’articolo di Gilliland su PennLive che spiega come sta veramente la situazione, tutti gli altri hanno presentato Coursera come sfortunata vittima di un’assurdità burocratica, anziché della propria incompetenza.

Quindi quanto ai media, quelli di Coursera non hanno da preoccuparsi più di tanto. Quanto allo scontento degli studenti tagliati fuori, beh, ce ne sono tanti altri, no?

Tuttavia ci sono le università partner. Non so le altre, ma nel caso dell’EPFL, P. Aebischer aveva preso 6 mesi di sabbatico dalla sua funzione di rettore per studiare i servizi MOOC esistenti – decidendo cautamente di provare prima sia con Coursera sia con edX. Per il futuro, dopo quel blocco caparbiamente mantenuto quando potrebbe essere tolto?


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Generare un rapporto Diigo – #ltis13

Come spiega Andreas in uno dei tutorial su Diigo in http://iamarf.org/2013/05/16/iniziamo-a-taggare-ltis13/ , quando si guarda una pagina Diigo in modalità “Best for Edit or Manage” (meglio per modificare o gestire), ci sono caselline  accanto ai link che consentono di selezionarli e di sottoporre quelli selezionati a diverse azioni elencate nella lista a tendina “More actions…” in cima:

  • Delete (Cancellare)
  • Send to (Spedire a)
  • Generate report (Generare un rapporto – vedi sotto)
  • Revise tags (Rivedere i tag – controllare che sia attivata l’opzione add tags [aggiungere tags] e non quella replace tags [sostituire i tag])

Se si sceglie “Generate a report” (generare un rapporto), il rapporto sui segnalibri selezionati si apre una pagina popup, che si può modificare, selezionare e copiare – e quindi incollare altrove. Il rapporto include anche i commenti ai segnalibri ma non gli autori dei segnalibri né dei commenti, purtroppo. Però questo dati si potrebbero aggiungere a mano.

Problema: nei gruppi Diigo, sembra che la visualizzazione con caselline sia offerta solo ai moderatori – e me ne sono accorta soltanto dopo aver generato gli esempi che seguono. Stupido, però la soluzione per i non moderatori sarebbe di aggiungere i segnalibri che si vogliono includere in un rapporto nella propria “Library” (biblioteca), e di fare il rapporto da lì.

Esempi di rapporti allo stato brado, generati il 24 maggio 2013 tra le 11:00 e le 11:40:

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Taggare à la Maigret – #ltis13

A proposito di:

http://iamarf.org/2013/05/06/lo-strano-modo-ltis13-di-trovare-le-cose/ e http://iamarf.org/2013/05/11/taggo-quindi-sono-ltis13/ e discussioni nei commenti rispettivi, e http://piratepad.net/ltis13-tag .

Antefatto

Un tempo, nella letteratura sull’insegnamento delle lingue, insistevano tanto sulle “Wh- questions”:  Who (Chi), What (Cosa), Where (Dove), Why (Perché), When (Quando) e How (Come) – a volte, Which (Quale).  Come se fosse una nuova scoperta. E a vedere i risultati di una ricerca di Wh- questions in Google, non è finita.

Ma va! Anzitutto “How” mica inizia con Wh-. Poi quella è solo una versione ridotta delle domande dell’indagine criminali che circolavano già nell’antichità: Quis, Quid, Ubi, Quibus auxiliis, Cur, Quomodo,  Quando –  chi, cosa, dove, con quali mezzi, perché, in che modo, quando. Mi era venuta l’idea di scrivere una “Grammaire de Maigret”, usando estratti dei romanzi di Simenon dedicati al Commissario – e anche in omaggio all’omonimo Louis Meigret, che nel ‘500 scrisse Le tretté de la grammere françoeze e fu il primo a chiedere una riforma dell’impossibile ortografia francese, che stiamo ancora ad aspettare.

Ma  ho rinunciato: ci sarebbero stati grossi grattacapi di copyright e soprattutto, ci avevano già pensato i retori antichi ad applicare quelle domande agli enunciati.

Taggare à la Maigret

Rimane che queste domande servono per capire la sintassi di una frase, ma anche per descrivere e riassumere un testo. Quindi se le teniamo in mente quando aggiungiamo dei tag a un segnalibro di un testo – nel senso lato, includendo enunciati video, audio ecc – questo ci facilita molto la formulazione di quei tag:

  • Chi? Nome dell’autore
  • Cosa? Temi trattati (un tag per tema)
  • Dove? Dove è stato pubblicato (editore, città, paese in tag separati)
  • Quando? Quando è stato pubblicato – di preferenza sotto forma anno-mese-giorno, o solo anno se non ci sono dati completi, o qualcosa come non-datato se non si trova la data
  • Con quali mezzi? ad es. testo,  video, audio, gioco, applicazione (per tablet, per LIM…)
  • Come? Come si presenta la ricerca (riflessione, informazione, strumento…)? Qual’è l’approccio dell’autore  costruttivismo, connettivismo….)
  • Perché?  A  cosa serve (ad es. se si tratta di un’applicazione), ma anche motivazione e destnatari

Chiaro: non è necessario avere dei tag per ogni domanda, e viceversa si possono avere più tag per certe domande. E l’ordine dei tag non importa.

Nel contesto di *ltis13 dove i tag serviranno a identificare possibili partner, è particolarmente importante il tag “nome dell’autore”. Quindi per i blog con nomi strani – come questo, Bloglillon – è utile dare questa informazione da qualche parte: nel menù di navigazione, o nella pagina statica About / Su di me.

Il foglio elettronico che non c’è

Nel commento 54 a http://iamarf.org/2013/05/11/taggo-quindi-sono-ltis13/ avevo accennato alla possibilità di creare un modulo basato su queste domande per riordinare i tag proposti in http://piratepad.net/ltis13-tag  e ottenere così un foglio elettronico dove verrebbero raggruppati secondo queste domande. Poi si sarebbe potuto esportare come  file .csv – cioè di testo semplice con valori separati da virgole – che è un formato particolarmente aperto a ulteriori trasformazioni, grazie alla sua semplicità. Ci ho rinunciato perché i tag proposti in http://piratepad.net/ltis13-tag  ormai sono troppi. Ma mi è venuta un’idea di variante…

(forse continua)

Aggiornamento: l’idea era di aprire  direttamente il foglio elettronico Drive, senza passare dal modulo, di incollarvi tutti tag della lista PiratePad nella prima colonna, poi di utilizzare le altre per vari tipi di annotazioni. Interessante, a patto di non cercare di annotare ogni singolo tag. Ma soggettivo.


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Niko Donburi: Dear Linden, Dear Linden (2007) – #ltis13

L’idea del video Niko Donburi: Dear Linden, Dear Linden (2007) mi è  dalla discussione su Second Life tra Gianni, Nadia, Andreas e me nei commenti a Prove di inserimento (embed) in blog WordPress.com – #ltis13 di Andreas,  a partire dal commento #14 di Gianni .

Come per i falsi video che ho utilizzato per trascrivere audipost di Andreas, anche questa volta ho prodotto il video a partire da un file mp3 (scaricato da http://www.reverbnation.com/nikodonburi/song/8768417-dear-linden-dear-linden ) con iKaraoke TunePrompter, solo che questa volta l’ho <b>anche</b> utilizzato per fare dei sottotitoli “a karaoke”. Per il testo dei sottotitoli ho sfruttato quello dato da Niki Donburi stesso in Dear Linden, Dear Linden nel suo blog Songs about Second Life, adattandolo alla versione audio.

Per chi si è dichiarato interessato ad esplorare la sottotitolazione: i sottotitoli possono essere semplicemente tradotti da quelli inglesi a partire da http://www.amara.org/it/videos/wVu19mgUPO49/info/niko-donburi-dear-linden-dear-linden-2007.

Video

 


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“The Raven Himself is Horse” con sottotitoli dinamici #ltis13

Sul video

Fonte e descrizione inglese: youtube=http://youtu.be/Q9PFIar-Bk , caricato da Greg McCall l’11 maggio 2013.

I sottotitoli dinamici “a pallina saltellante” sono stati fatti di uno studente di Greg, che usa questa attività con studenti con difficoltà di lettura, ad es. dislessia, o con limitata padronanza dell’inglese – vedi  http://bouncingball.weebly.com, linkato nella descrizione  (in costruzione, ma con già diverse informazioni).

Curiosità: qui, il testo sottotitolato è il monologo di Lady Macbeth (Macbeth, I, v, 38-54). E nel testo c’è  “The raven himself is hoarse”, “Persino il corvo ha la voce rauca”, e non “The raven himself is horse”, “Persino il corvo è cavallo” come nel titolo del video.

Semplice errore di battitura o scherzo di un “alloglotto” sul fatto di aver prima capito “horse” per “hoarse”? Mi viene il dubbio perché quando imparavo l’italiano dopo aver incontrato Guido, mi aveva fatto leggere – oltre ai sonetti romaneschi del Belli –  La vispa Teresa, ma avevo frainteso “vispa” e gli avevo chiesto “Ma come fa una vespa a dischiudere le dita?”. E quando aveva smesso di ridere a crepapelle, aveva riscritto la poesia con una vespa al posto della bambina. Quindi forse anche in “The Raven Himself is Horse” c’è uno scherzo del genere?

Ho scritto a Greg McCall per chiederglielo – intanto archivio la pagina, nel caso fosse solo un refuso e lui lo correggesse.


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Ken Robinson: How to escape education’s death valley – per #ltis 13

Su questo video:

Fonte: Ken Robinson: How to escape education’s death valley. Filmed Apr 2013 • Posted May 2013 • TED Talks Education. Per ora con sottotitoli  e trascrizione interattiva in inglese (di solito altre lingue, incluso l’italiano, arrivano dopo qualche giorno). Su “Death Valley” come metafora della cultura come forma organica, vedi da ca 16:20 .

Vedi anche Metariflessione – #linf12 – 21 dicembre 2012 . dove Andreas Formiconi ha inserito e discute Changing Education Paradigms (2010), un’animazione basata una conferenza che Ken Robinson diede alla Royal Society of Arts nel 2008 (conferenza completa con sottotitoli inglesi).


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Lo strano modo -> #ltis13 <- di trovarci – trascrizione

Vedi Lo strano modo -> #ltis13 <- di trovarci e il commento #5 di Maria Grazia [Fiore] a Audiopost: dal caos al villaggio operoso – #ltis13.

Trascrizione

[Andreas Formiconi] È una giornata con poco tempo. Non sono riuscito a scrivere e non so se ce la faccio. Forse riesco a usare questo spostamento in auto.

Con questo post si inizia la seconda parte del percorso che avevo in qualche maniera preannunciato nel precedente audiopost, quello audiomobilistico sofferto.

Ma in realtà, non chiedo ora – di proposito, non perché non abbia tempo – non chiedo di far un account in Diigo, in Delicious, o in Scoop.It, o in quello dell’albero delle perle – non mi ricordo bene, mi pare si chiami così – o qualche altro attrezzo.

Non vi chiedo di pensare all’ennesima pagina colorata dalle mirabolanti promesse.

Non vi chiedo di pensare a niente di tecnologico, di non fare niente.

Vi chiedo anzi di non avvicinarvi al computer per questo primo passo. Non lo toccate nemmeno – cioè, usatelo per i fatti vostri, ma non per questo.

Vi chiedo di riflettere, quando avete tempo. Riflettere, si riflette in tutti quegli interstizi della giornata, appunto in auto, o portando fuori il cane, o portando i bambini a fare qualche cosa, aspettandoli.

Di riflettere anche due-tre giorni, non fare nient’altro che riflettere. Al massimo prendere un foglio di carta e una penna, e scrivere.

Scrivere cosa? Riflettere su cosa?

Un attimo. Il problema, qui, è la quantità.

Non è un problema nostro, è spesso IL problema.

Dunque, gli iscritti, nello specifico nostro, sono ufficialmente 472. Gli attivi misurati con l’iscrizione di un blog sono su i 170 – misura che ha i suoi difetti dell’essere attivo o meno, ma insomma, non ci si va tanto lontano, probabilmente.

I visitatori quotidiani, cioè le persone che visitano il blog tutti i giorni – non le pagine viste, quelle son migliaia, ma le visite, cioè le persone che accedono almeno una volta al giorno al blog – si aggirano in questi ultimi 20 giorni sulle 300-350.

Quindi, diciamo, questi numeri danno l’ordine di grandezza.

Ora, è obiettivamente difficile pretendere di sapere tutto ciò che viene detto, tutto ciò che succede, anche perché tutti hanno tempo relativo, poco tempo.

È un corso che si fa, questo – cioè ha il vantaggio di essere completamente asincrono, per cui uno lo fa quando può, e questo non è poco. Comunque, va a finire che lo fa dopo cena, lo fa qualche domenica pomeriggio, eccetera.

Dall’altro canto, sta succedendo quello che deve succedere, e in una misura che mi pare qualitativamente già soddisfacente: cioè persone che dicono: “Ma io vorrei – c’è qualcun altro che ha il mio problema?”

Ora mi viene in mente – non, perdonatemi, ora, guidando, non ricordo i nomi, ma – “Io sono dalle parti di Novara, mi occupo – sono un’insegnante di sostegno, ho bisogno, vorrei trovare, parlare con altri che hanno bisogno di sostegno.” Dice qualcosa del genere.

Per l’appunto, nel percorso precedente, linf12, c’era un’insegnante di sostegno che mi aveva fatto – io non so niente, quasi niente di queste cose – ma mi aveva fatto capire che aveva – effettivamente gli insegnanti di sostegno molto spesso hanno bisogno di sostegno, per una serie di problemi che sapete meglio di me.

Inutile che ora stia a snocciolare in maniera goffa cose di cui gli interessati sanno benissimo, conoscono benissimo, insomma.

Ho riempito due pagine con comunità potenziali di questo tipo che ho desunto da segnali: quella richiesta esplicita, ecc.

Ma come fare a tirar fuori queste potenziali commissioni (?) commistioni [1] ?

Potrei stabilire delle categorie: una l’abbiamo già detta, insegnanti di sostegno. Se ne potrebbero pensare altre. Ma il problema è che, molto spesso, le cose interessanti sono quelle che non si potevano prevedere.

Mario Calabrese aveva introdotto, commentando appunto il post sulle categorie e sui tag, aveva introdotto un concetto interessante che rappresenta una branca relativamente recente dell’analisi dei dati, che è il data-mining, cioè, letteralmente, andare a frugare, a scavare nei dati.

È una branca dell’analisi dei dati che è emersa nel mondo contemporaneo che è caratterizzato da grandi, grandissime, smisurate messi di dati e nelle quali è praticamente impossibile andare a cercare a priori delle cose che ci si aspetta di trovare, anche perché il valore di tali messi di dati sta proprio nel fatto che potrebbero contenere schemi, strutture di dati e dati imprevisti.

Cioè le caratteristiche emergenti: perché la cosa funzioni, bisogna che ciascuno si connoti adeguatamente nel sistema. Adeguatamente significa utilizzando un meccanismo che possiamo congegnare: ed è quello del tagging.

In pratica, ognuno deve appiccicare a se stesso delle etichette, i tag: si deve taggare. Non necessariamente in modo univoco. Uno può avere due, tre, quattro interessi preminenti e quindi, generare un set di tag per ciascuno di questi interessi.

Beh, come fare a fare questo?

Ma ecco che torna utile avere costruito i blog. Allora molti di voi, molti hanno parlato delle proprie esperienze didattiche, delle proprie pratiche, dei propri problemi e continueranno a farlo. Forse lo faranno ancora di più, che è più chiaro ora, forse, a cosa si stava andando a parare. Benissimo.

Allora, se uno ha parlato di una pratica dove s’impiega la musica in una certa tipologia di scuola, avrà scritto un post o due post, o più, su questo argomento. Bene, si tratta di prendere l’indirizzo di quel post e associarlo a dei tag.

Ora, non stiamo a confonderci se questo lo faremo in Diigo o in un altro sistema. Non ci distraiamo con le specificità tecniche della macchina ma concentriamoci sul concetto.

E questa è una cosa che la si fa bene facendo una passeggiata o scrivendo, o buttando giù degli appunti in veranda: va bene la sera o a veglia.

Si tratta quindi, per quel certo argomento descritto in quel post o, volendo, anche in un commento – come avete visto, ogni commento ha il suo link, il suo permalink – al mio blog o quelli degli altri: va benissimo.

Potrebbe anche essere un’altra risorsa: uno potrebbe avere un sito scolastico dove si parla di una certa cosa: benissimo, si tratta di prendere l’indirizzo di quel sito o l’indirizzo di una certa parte di quel sito e associarlo, connotarlo con una serie di tag pertinenti.

Si tratta quindi di pensare a questi tag. Guardate che non è banale. È la questione della ricerca delle parole chiave. Allora si tratta di trovare delle parole, se possibile uniche, semplici, non troppe, che connotino con precisione la questione.

Non pensate al congegno software o al servizio web o quello che è. Al massimo pensate a quella macchina, che poi, quando uno la usa, si deve illuminare quando ci mette quella certa etichetta.

Vale a dire che una volta che, in alcuni giorni, in una settimana, dieci giorni, quello che sarà – non ha poi tanta importanza – avremo tutti fatto abbastanza questo mestiere, poi succederà che in questa macchina, quando io scriverò “sostegno”, si accenderanno delle lucine e io andrò a vedere.

E lì magari scoprirò – scoprirò – quelli che mi erano magari sfuggiti andando a vedere i blog a mano, quelli che erano sfuggiti nella normale vita della comunità dove non si può evidentemente tenere traccia di tutto.

[1] Grazie a Monica Terenghi per la correzione commissione -> commistione.

(Nota sulla trascrizione:  ho fatto un falso video dal file audio di Andreas, l’ho caricato su YouTube, poi ho trascritto il video YouTube con Amara.)

Commento: gli alessandrini già taggavano

Fa benissimo Andreas a insistere sul fatto che il taggare non è una cosa tecnologica. Gli scoliasti alessandrini già taggavano i manoscritti nei margini. Infatti li chiamavano scoliasti perché in greco, quei tag marginali si chiamavano scolie.  A volte le scolie erano più lunghe, piuttosto commenti, d’accordo. Però lo stesso, se riuscivano a produrre concordanze e roba simile, gli eruditi dell’antichità taggavano i testi.

In famiglia abbiamo sempre taggato. A liceo ho letto l’Odissea di Omero su un libro taggato da mio fratello maggiore, da mio padre e forse da altri prima di lui, perché l’aveva comprato di seconda mano. Poi l’ha taggato io fratello minore.  Idem per Jacques le fataliste di Diderot. Lì ho cominciato io, mettendo delle stelline ogni volta che Jacques evocava il destino (“è scritto nelle stelle”), poi altri simboli, indicizzandoli con n° di pagine nelle pagine bianche all’inizio del libro. Poi ha continuato mia sorella minore, poi mia figlia … poi il libro è caduto a pezzi.

Allora ovvio, appena ho avuto sottomano cose Web 2.0 taggabili, le ho taggate. Una volta mi ero fatta un ID “taggatrice” su Wikispaces.com per un progetto: gli altri scrivevano, io passavo dietro con quell’ID e taggavo 😀